Benvenuti a Marwen

RECENSIONE:

Effettivamente basterebbe citare regista e protagonista per capire che Benvenuti a Marwen è una piccola perla della cinematografia, tuttavia, ci sono mille altri motivi a conferma di ciò. Il film in questione rappresenta il classico tocco del regista che, negli anni, non hai mai smesso di stupirci.

La storia inizia mostrandoci il protagonista Mark, un uomo buffo e dai tratti parodistici che sin dai primi minuti non smette di strapparci una risata. Tuttavia, così come il cinema di Zemeckis è solito fare, quelle scene che inizialmente ci dipingo sul volto un piacevole sorriso, in un secondo momento ci fanno quasi sentire stupidi nell’aver riso di ciò che stavamo guardando. Perché quella che ci viene raccontata è in realtà una storia di odio profondo e discriminazione: di come la cattiveria di alcuni uomini riesca a distruggere la vita di altri.

Il nostro Mark è un artista dai tratti singolari. Si diletta a ricreare storie usufruendo di bambole e modellini, tutti nuovi e diversi ma, sempre e comunque, con un unico tema, la lotta spasmodica ai nazisti. A combattere in queste dure guerre ricreate nel proprio giardino di casa, ci pensa Hogie, capitano di uno squadrone da battaglia composto da sole donne. Hogie rappresenta l’alter ego di Mark, un uomo che il nostro protagonista sogna e vorrebbe diventare ma le cui costanti paure non fanno che impedirglielo. Ma Mark non è sempre stato un disadattato, è in realtà la vittima del mondo in cui viviamo. Pestato quasi a morte da cinque uomini con credenze filo-naziste per il semplice fatto di aver dichiarato, durante una delle sue tante sbronze, di avere una passione per i tacchi e le scarpe da donne. In seguito all’accaduto, Mark perde ogni suo ricordo, in preda ad un’amnesia che lo priva di quella che era la sua vita.

Ed è proprio questo il motivo per il quale Mark si rifugia nella Marwen della sua immaginazione, circondato da quelle bambole che, in realtà, rappresentano le donne della sua vita, quelle stesse che lo hanno trovato e salvato dall’abominio di uomini che a fatica possono essere definiti tali.

Zemeckis racconta una storia alternando tratti umoristici a stati di angoscia totale; supportato da una sublime interpretazione di un Carell mastodontico. Il film riesce nell’impresa di farci sorridere per poi, senza che riusciamo a prender respiro, catapultarci laddove una lacrima sembra quasi d’obbligo. Benvenuti a Marwen rappresenta il chiaro segno di un cinema ancora vivo, dove per raccontare una storia, imprimere un messaggio, non servono gesti pirotecnici o immagini crude. Le storie migliori sono quelle reali, o nel nostro caso, le più brutali.

Un tale una volta disse, “Nessun soggetto è terribile se la storia è vera; e la prosa e chiara e onesta e se esprime coraggio e grazia nelle avversità”. Perché ciò che non ci viene detto, è che il film non è la mera rappresentazione di ciò che sarebbe potuto essere, ma la storia di un Mark che in realtà è esistito ed esiste, che ha combattuto la sua battaglia contro i nazisti della propria esistenza, e nonostante le varie cadute, si è rialzato e con impegno e sofferenza, è riuscito a vincere quella guerra che lo aveva estraniato dal mondo reale.

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